Questa sezione “Kick it in” dedicata al calcio era pensata più che altro per gli appuntamenti mondiali ed europei che ogni due anni, a turno, ci tengono compagnia all’inizio dell’estate. E ce la fanno volenti o nolenti per la loro importanza mediatica, anche se la Nazionale Italiana salta con puntualità gli appuntamenti più importanti negli ultimi anni.
Con questi Usa ’26 avrei voluto chiuderla definitivamente visto tutto lo schifo che Usa-Israele-Ue stanno facendo nel mondo e anche perché, limitandosi al punto di vista sportivo, l’organizzazione di quello che una volta era una macchina perfetta oggi farebbe pena a qualunque sagra della porchetta rionale.
L’altro giorno dopo lunga riflessione interna con gran consulto dei neuroni della mia coscienza ho detto vabbè, e sti cazzi. Non ce la faccio a non vedere i mondiali di calcio. E così autoconvinto mi sono buttato a cercare le tariffe e ho scoperto che il sito di Dazn è probabilmente gestito da scimmie salvate dalla vivisezione ma purtroppo dopo che gli era stata già fatta la lobotomia.
Ho passato due ore lì a cercare di capire se ci fosse una possibilità di pay per view in cui pagare solo le partite che ti interessano (questa possibilità, che per inciso è presente in ogni paese del mondo, c’era anche qui da noi fin dai tempi di Tele+, poi evidentemente hanno deciso che l’italiota non può non essere tosato come la pecora che è, e quindi l’hanno tolta) o per lo meno pagare solo la World Cup 2026. Quindi sono arrivato ad aprire la chat di aiuto, con cui ho avuto interessanti scambi culturali con gli algoritmi il cui apice è stato: “non so rispondere alla tua richiesta, ti consiglio di contattare l’assistenza umana a questo link dove trovi il modulo di contatto”.
Peccato che lì non ci fosse nessun modulo di contatto e quando glie l’ho fatto notare il l’algoritmo ha risposto: “capisco la tua frustrazione, lo so che non c’è ma il sito è costantemente sotto costruzione in questi giorni.” Ora a prescindere che frustrati ci saranno stati i pipparoli nerd che programmano ‘sto schifio artificiale, alla fine tornando sulle scelte disponibili ho accettato un qualcosa che ho pagato 30 euro e dovrei, il condizionale è d’obbligo, avere ‘sta coppa del mondo.
Che probabilmente guarderò poco perché già non ho più così voglia. Mi consolo quindi rileggendo e riproponendovi la leggenda del Trinche.
E buoni mondiali. Quelli vecchi dico, questo si annuncia uno schifio.
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Quando Diego Armando Maradona torna in Argentina nel 1993 per iniziare l’ultimo capitolo della sua carriera da calciatore, si ritrova a giocare mezza stagione con il Newell’s Old Boys, squadra di Rosario, prima di tornare al suo amato Boca Juniores a Buenos Aires.
Lo fa perché deve riprendere il ritmo partita prima del mondiale Usa ’94, dopo esser fuggito dall’Italia è andato a disintossicarsi e a rimettersi in forma a Cuba dal suo amico Fidèl Castro. Dimagrito e pulito ora gli serve il campo. (Di quanto l’operazione disintossicatrice sia riuscita se ne accorgeranno tutti con le prime due partite dell’Argentina al mondiale… prima della squalifica per Efedrina – ah ah ah – dopo aver denunciato la follia di Havelange che costringeva a far disputare le partite a 44 gradi all’ombra pur di mandarle in orari comodi per la ricca Europa è storia nota.)
Il Newell è la squadra più forte di Rosario, gioca in serie A ma non è quasi mai competitiva come il il Boca o il River Plate, è una squadra di seconda fascia.
Un giornalista durante la conferenza stampa di presentazione prova a fare una battuta simpatica: “Beh Diego, male che vada di certo si potrà dire che al suo palmarès si aggiungerà il titolo di giocatore più forte della storia della città di Rosario”.
Diego lo guarda serio, ci pensa un attimo e poi gli dice: “No amigo, Rosario ha già avuto il calciatore più forte della storia.”
“E chi sarebbe?” chiede perplesso il giornalista.
“Tomas Carlovich detto El Trinche.” Sentenzia Diego Armando Maradona e lascia la conferenza stampa.
Inizia così con venti anni di ritardo e con i giornalisti presenti che si precipitano a consultare gli archivi storici dei loro giornali (Internet non era ancora diffuso), il mito del Trinche, al secolo Tomas Carlovich, oggi noto anche come “il calciatore che preferì le trote alla nazionale argentina”.

El Trinche nasce a Rosario nell’Aprile del 1949. Impossibile scoprire chi lo abbia chiamato così e cosa significhi questo soprannome, sono segreti che manterranno per sempre i vicoli della più grande città dell’Argentina del nord. Rimarrà in questa città più o meno tutta la sua vita. Quando comincia a giocare a pallone è già quasi diciottenne, tardi quindi anche per gli standard di allora.
Ma ha un talento enorme. Ambidestro, nonostante la sua mole importante riesce a saltare chiunque gli si faccia davanti con dribbling secchi e tunnel incredibili. È lento, ma la sua lentezza è compensata da due piedi da fuoriclasse assoluto, lanci di sessanta metri precisi al centimetro, punizioni che finiscono inevitabilmente sotto il sette. Possiamo paragonarlo, forse a Redondo, giocatore pazzesco e sottovalutato di tempi più recenti. Potrebbe essere paragonato a Redondo forse.
E forse se avesse iniziato a giocare prima e avesse fatto i dovuti esercizi di miglioramento della velocità oggi nessuno parlerebbe di Maradona e Pelè.
Ma El Trinche non ha mai avuto voglia di essere un giocatore modello, ha solo voglia di divertirsi nella sua vita, quindi allenamenti neanche a parlarne e gioca solo quando non ha meglio da fare, ovvero andare a pescare. La sua vera passione.
Quando gioca, il Rosario o il Central Cordoba (le squadre minori di Rosario che militano nella serie B Argentina, El Trinche ha militato in entrambe) raddoppiano o triplicano il prezzo del biglietto, perché quel giorno gioca “El Trinche”. E quando gioca El Trinche tutta Rosario lo sa.
La leggenda racconta di un Tomas Carlovich che eseguiva i dribbling su richiesta del pubblico, dagli spalti gli indicavano quale avversario umiliare ed in genere il malcapitato avversario veniva saltato due volte in pochi secondi con un doppio tunnel, il primo fatto con il piede destro, il secondo fatto con il piede sinistro. La specialità del Trinche. E spesso la cosa si ripeteva fino a che il poveretto non veniva sostituito fra i fischi degli spietati spettatori rosarini.
Quanto c’è di vero in tutto ciò e quanto è leggenda? Non si sa, in quegli anni le partite delle serie minori dell’argentina non venivano riprese spesso.
Ciò che sicuramente NON è una leggenda urbana è l’amichevole in cui una selezione di giocatori di Rosario umiliò letteralmente la nazionale Argentina di Venceslao Cap che si stava preparando per il mondiale del 1974.
Giocare con squadre molto più deboli aiuta nell’intesa fra i giocatori, quindi il Mister argentino pensò di organizzare questo tipo di amichevoli in giro per il paese.
Il problema è che quel 17 aprile 1974 nella selezione di sconosciuti giocatori rosarini c’era El Trinche a centrocampo e Kempes in attacco.
Dopo 5 minuti Cap capisce che sarà una giornataccia. Francisco Sa (uno stopper che ha già vinto due coppe libertadores) affronta El Trinche che porta palla, questo fa una finta di aprire il gioco con il sinistro ma con un tocco leggero invece fa passare la palla fra le gambe del difensore. Ma non va a porta, si ferma e torna indietro. Francisco Sa, forse ancora sotto shock per il primo tunnel lo affronta con troppa vemenza ed El trinche lo umilia con il secondo tunnel toccando la palla con il destro. Il suo marchio di fabbrica.
Alla fine del primo tempo il risultato è: Rosario 3 Argentina 0. El Trinche per 45’ non ha fatto letteralmente toccare palla ai centrocampisti della nazionale di Venceslao Cap e, a parte il gol di Kempes che ha quasi sfondato la rete con una delle sue bordate, ha costruito le azioni e gli assist per gli altri due gol.
All’intervallo Venceslao Cap è disperato. nell’intervallo va dai selezionatori di Rosario e gli supplica di dire ai loro di abbassare la pressione, “Con che faccia andiamo ai mondiali?” Ma la richiesta che riguarda Carlovich è esplicita “Cazzo! Togliete quel capellone con il numero cinque dal campo, ci sta facendo a pezzi! Che figura ci facciamo?”.
I colleghi ubbidirono, tolsero El Trinche dal campo. Gli altri giocatori meno, del resto anche Dertoni e Poy (quando si dice la sfiga) facevano parte della selezione rosarina, l’Argentina salvò la faccia segnando almeno il gol della bandiera.
La sconfitta per 3 a 1 convinse Venceslao Cap a convocare Carlovich insieme a Kempes e Poy a Buenos Aires per fare qualche allenamento con la nazionale e valutare se era il caso di inserirli nella squadra che sarebbe andata in Germania.
Kempes e Poy diventeranno dei pilastri della nazionale, giocheranno il mondiale del ’74 e vinceranno quello in casa del ’78.
Ma non iniziò nessuna avventura con la nazionale per Carlovich.
Perché? Perché fra Rosario e Buenos Aires ci sono circa trecento chilometri di distanza e lungo il viaggio il treno si fermò in un paese che El Trinche aveva sentito nominare per la bellezza dei suoi fiumi vicino. Quindi, salutò i compagni della selzione, scese e si fermò una settimana a pescare lì. Rientrò a Rosario senza mai essere andato al campo con la nazionale, ma dopo aver fatto una bella mangiata di trote alle griglia.
Anarchico, incontenibile, incomprensibile.
“Ti incantavi guardandolo giocare, ma non sopportava nessuna regola e nessun compromesso. E forse si annoiava a far troppo sport”. Così disse del Trinche Luis Cesar Menotti.
“A me piaceva giocare a pallone, mi divertivo. Ma amavo anche stare con le persone, e tutte le persone che amavo erano a Rosario non sarei mai andato via di lì”. Disse El Trinche di se stesso.

A dare la giusta gloria a chi sa prendere la vita alla leggera e divertirsi perché sa che per farlo non servono i miliardi o la gloria mondiale ci pensa trent’anni dopo Diego Armando Maradona ovvero il più grande calciatore di tutti i tempi (forse).
Diego Armando Maradona, uno che tatuato sulla spalla porta il volto di un altro famoso cittadino di Rosario: Ernesto “Che” Guevara.
Ci piacerebbe chiudere così, sognando quei lanci e quei dribbling. Ma è giusto ricordare che spesso gli dei, il caso, il karma sono dei gran bastardi. El Trinche muore male, nel 2020. Una lite a Rosario, di fronte al suo ristorante (specialità: trote alla griglia, ovvio!), in cui dei balordi provano a rubargli la bicicletta. Una lite. Una spinta. Una caduta e batte la testa. Tomas Carlovich muore così a 74 anni.
La poesia del calcio invece era scomparsa già da un po’.