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Scene dalla Konka #3

Pubblicato il 6 Mar 2026

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Valnerina[1], South-Umbria. Terra de lu porcu e de lu tartufo. E anche dell’olio, ma quello serve per condimento.

Mi fermo nel solito incrocio ai margini di un  parco ombroso in cui il lavoro mi porta a controllare l’acqua di un affluente del nera.
Paesino caratteristico, tutto restaurato con i soldi di qualche terremoto, immancabile camion de la porchetta[2] come esige, per statuto, ogni paese della Valnerina. Del resto, come dicono i konkaroli in libera uscita domenicale: “Se annamo a vede’ un paese ce deve esse qualcuno che venne la porchetta, sennò che c’annamo a fa?

In questo caso il camion della porchetta è gestito da una bella donna nera; già altre volte l’avevo notata e quindi avevo già avuto modo di riflettere fra me e me, su come l’integrazione a seguito delle migrazioni avvenga comunque, a prescindere dai leghisti che sbrodolano  fuori dalla Padania. E se una donna di colore si ritrova  a vendere la porchetta sulla Valnerina, vuol dire che aveva proprio ragione Umberto Eco sull’Europa multicolore e multietnica del futuro.
La cosa la testimoniano i vecchietti che anche oggi, come sempre, occupano i tavolini di fronte al camion. Chi è impegnato in una briscola, chi legge il giornale, chi è assorto a guardare le macchine che passano sulla statale.

Rifletto così anche oggi finché il mio collega mi richiama con garbo a prestare più attenzione ai compiti del nostro lavoro: “Daje che mica stemo a pascola’ le trote salmonate, c’emo da fa tutto lo giro ancora!
Così mi chino a prendere dal furgone gli attrezzi da portare in riva al fiume e distolgo lo sguardo dal camion della porchetta, soppesando se, controllato il punto,  ci si sarebbe potuti concedere un panino come seconda colazione.

Subito dopo però il rumore di bottiglie infrante rompe il silenzio del parco, mi volto e realizzo che uno degli espositori del camion aveva ceduto e fatto cadere tutte le birre esposte sul piazzale, dove si erano inesorabilmente rotte.

Ed è lì che il silenzio è rotto per la seconda volta, da un “Ma mannaggia la madonna!” esclamato ad alta voce con perfetta dizione e scansione delle sillabe, con ottimo posizionamento delle doppie e degli accenti.

Adesso tutti abbiamo girato la testa verso la porchettara di colore, rea della pur comprensibile blasfemia.
Lei si guarda intorno e rivolgendosi ai vecchietti abitudinari comincia a chiedere scusa: “Scusate eh, mi è sfuggita… non volevo offendere nessuno... è solo che...”

Il vecchietto più prossimo a lei, quello che leggeva il giornale, alza una mano per fermarla e poi sentenzia: “Lella, tu si sempre tanto caruccia. Ma non è che uno po’ usa’ sempre lu fioretto. Quanno ce vole lu roncio tocca pija’ lu roncio[3].”

Applausi migranti, residenziali ed autoctoni. Sipario.

 

 

[1] “Guardate da lu freddu, da la strina e da la gente de la Valnerina!”
Proverbio di dubbio gusto ma risalente, di certo, ai tempi in cui i briganti aspettavano i viandanti lungo la stretta gola che collega Terni ai territori marchigiani.
In questa lunga lingua di strada tortuosa dopo la cascata delle Marmore si susseguono paesini che sono accomunati in genere da due cose: la temperatura molto più bassa di quella della Konka (e quindi sono presi d’assalto per le gite fuori porta estive e primaverili) e la passione per lu porcu e ogni spezia o condimento che possa esaltare il suo sapore; tartufo, fegatelli e finocchietto selvatico compresi.

[2] Come noto la genesi della porchetta, ovvero il maiale cotto intero arrosto e la sua leggendaria crosta croccante, affonda le radici in rivendicazioni che possono aprire le porte per faide familiari in cui, in confronto,   i padrini di Cosa Nostra apparirebbero come illuminati liberali tolleranti.
Fatto sta che intorno alla Konka si distinguono almeno tre scuole. A queste si aggiungerebbe quella di Ariccia, ma è troppo distante e troppo romano-centrica per essere presa in considerazione dal konkarolo.
Le tre suddette sono: Quella di Grutti nel mediotevere fondata dal famoso Mario che la faceva per tutti da prima che gli scannatoi per maiali fossero forgiati nel monte Fumaiolo.
Quella della Valnerina (a cui si accomuna la gemella Spoletina) la cui sapienza arriva dai norcini residenti vicino alle fonti del Nera prima ancora che si fondasse la città di Norcia; probabilmente direttamente discendenti per linea di sangue suino dai progenitori di Panoramix.
Quella di Vallerano i cui abitanti probabilmente sfruttarono la sapienza qualche druido in fuga dai norcini, questo però non disse loro tutto visto che notoriamente “lì ce manca sicché spezia bona perché sa un po’ de poco“.

[3] Roncio. Attrezzo probabilmente agricolo che già ai tempi dei nonni dei nostri nonni qualcuno cominciava a chiedersi “ma st’affare a che cazzu serve?
La sua forma, a seconda degli incubi ricorrenti,  può ricordare un tucano, un simbolo dell’alfabeto cinese, o uno di quei problemi di geometria in cui ti facevano calcolare per dispetto l’area di forme fatte a pendula canem.  Noto per essere usato come parametro di bruttezza (“Si bruttu come lu roncio lè“) , come minaccia risolutoria (“Nun me rompessi li cojoni che vado a pija’ lu roncio“), nonché di metafore ardite volte a sottolineare la disperazione di una data condizione. (“Mo’ vene lu bello le’, come disse quellu che s’era magnato lu roncio e aveva cagato lu manico“)
Qualcuno potrebbe far notare che in italiano si chiamerebbe roncola, ma i nostri nonni insistevano nel dire che quella era tutta un’altra cosa.