È la storia, non il suo narratore.
Così recita imperioso uno dei proverbi anglosassoni più antichi legati alla scrittura.
Quando ascolti una storia quel che conta sono i suoi personaggi, la sua trama e il come andrà a finire, se finisce. Chi la racconta dovrebbe avere sempre il buon senso di lasciarle spazio e non fagocitarla per un eccesso di personalismo, per la voglia di mettersi in mostra e far risaltare le proprie azioni, soprattutto se è una storia in cui lui è uno dei personaggi.
Tuttavia è altrettanto vero che, a seconda del narratore la stessa storia può essere entusiasmante o noiosa, originale o banale, ben costruita o con buchi di trama in cui precipitano le ambizioni letterarie.
Inoltre, quando si parla di una storia e non della Storia con la S maiuscola bisogna tener presente che le storie dei vincitori hanno pari dignità con quelle degli sconfitti, di quelle di coloro che hanno pareggiato o che non hanno giocato o che sono rimasti indifferenti.
Insomma se vi chiedete: “Dove sono cavallo e cavaliere? Dov’è il corno dal suono violento?” la risposta cambia se la storia racconta JRR Tolkien o Peter Jackson, e cambia ancor di più se ascolti la stessa storia in un campo hobbit dell’MSI negli anni ’70 o in una conferenza di Loredana Lipperini o di Wu Ming 4 al Festival celtico di Montelago. Con buona pace dei proverbi anglosassoni.
(E, piccolo inciso, anche con buona pace di chi non apprezza il magnifico lavoro di Cristopher Nolan sull’Odissea il cui senso era pur ben evidenziato dalle parole di Penelope “Non voglio i racconti su Ulisse, io voglio Ulisse!” e di Sinone “Racconta la mia storia e sentiti libero di aggiungere altro!” ma niente da fare, tutti a dire che il poema di Omero era un’altra cosa e che “una nera non può essere la donna più bella dell’antichità” sic.)
Ora, se la storia è anche chi la racconta cosa succede se lo stesso racconto non lo fa una persona ma una pluralità di persone? Si può collettivizzare una cosa così personale come la scrittura?
Se la storia è scritta a più voci si perdono e si diluiscono i significati che i singoli volevano evidenziare e per capire gli avvenimenti sarebbe meglio ascoltare più storie diverse, oppure questa acquista potenza e diventa più epica perché in ogni riga risuonano le voci di più narratori?
Una risposta può essere che, scrivendo in collettivo, può uscire un pezzo migliore delle singole narrazioni se si fa un duro lavoro e usando un metodo ben rodato. Ritengo che i libri del collettivo Wu Ming (già Luther Blisset) lo dimostrino.
Ciò che abbiamo svolto a san Sepolcro sotto la guida di uno di loro, Wu Ming 2, è stato quello di raccontare collettivamente un esperienza comune, che per noi è stata una visita guidata a San Sepolcro con gli amici di CasermaArcheologica.
Il metodo usato è stato quello con cui la Scuola di Barbiana guidata da Don Milani ha scritto nel 1967 “Lettera ad una professoressa”; e quando Voldemort o Sauron o Il Nulla o Valditara fanno i Ministri della distruzione è sempre bene ricordare che “Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.”
Di seguito il testo che abbiamo prodotto sulla nostra visita a SanSepolcro, con qualche scatto.
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Sospesa tra due mondi e tra due ere
F. Guccini, Bisanzio
Il 31 luglio del ‘44 a Sansepolcro nevicò. Fiocchi di calcinacci coprirono il Borgo, cancellando parte della sua identità. L’ultimo sfregio dei nazisti in ritirata. Da quel momento nella piazza Torre di Berta mancano la torre e il rintocco del suo orologio.
Ma chi era Berta? Uno spettro che aleggia, legato a un palazzo che già allora non c’era più. Ne resta il nome. Quello che è stato luogo d’incontro è diventato di passaggio.

La piazza è senza targhe, mentre un’altra ne è piena, con una fontana dalla testa di leone. Una mattina su quella fontana è apparsa una scritta con la bomboletta: FICA. Nera, in stampatello, eliminata il giorno stesso nello sdegno generale.
Poco più in là, il monumento alla Merlettaia recita “Alla donna, alle tradizioni”, ma prima di mettere a fuoco il ricatto la coltre della nostalgia annebbia lo sguardo.
Cosa fa di una città una città?
La vediamo mediata da occhi altrui. Solchiamo insieme il selciato del centro racchiuso dalle mura, che si sovrappone alle geometrie del disegno urbano.

La Sansepolcro nascosta è colorata di rosso, quella in vista è colorata di beige. I vuoti urbani sono verdi e rigogliosi. Tanti tigli, tanti platani, alcuni ippocastani, un gelso, tre magnolie. Le strade interne sono silenziose, delimitate da case a due piani, le torri sono basse, le persiane chiuse. Incontriamo pochi turisti e nessun negozio di souvenir.
È molto presente l’assenza, dalla più ingombrante alla più evanescente: manca la torre, manca la fabbrica, manca il profumo di biscotti. C’è chi dice manchi anche il futuro.

Il tempo addensa l’aria, disgrega l’acqua che cade dal cielo, esclude il suolo. Troviamo riparo dalla pioggia al centro commerciale, nato sulle ceneri dello stabilimento Buitoni. Vetri a specchio, mura grigie, corridoi e bar tristi, vegetazione di plastica e piante in vaso, vano tentativo di evocare l’aria aperta. Un uomo con la t-shirt “Lotto” (non “Buitoni”, almeno quella) e un tuppé si avvicina incuriosito: è uscito dal gruppo dei suoi amici per origliare i nostri discorsi.

Non tutti sapevamo che la Buitoni, che con la sua pasta ha sfamato mezza nazione, fosse un’azienda di Sansepolcro; del resto il grano qui non viene coltivato. Alcuni conoscevano l’industria del tabacco che occupa spazi imponenti per l’essiccazione: chi vive vicino ai magazzini racconta che fumano dal tetto.
La città è stata modellata, nella parte moderna, da un’idea imprenditoriale, i suoi ritmi sono stati scanditi dalla fabbrica così come i legami fra gli operai e le loro famiglie. La presenza di un’industria ingombrante fa nascere curiose similitudini fra città. La campana che annunciava l’uscita dalla Buitoni ha evocato a qualcuno la sirena dell’acciaieria che, da quasi due secoli, informa Terni che è mezzogiorno.
L’egemonia della fabbrica sulla comunità si rivede nei nomi delle vie e delle piazze: Gio Batta, Giovanni, il sor Marco Buitoni. Ci ha sorpreso che nessuno di loro si chiamasse Piero. Ma evidentemente qui ci può essere un solo Piero.

Una comunità rimane legata alla storia di quella che l’ha preceduta, anche se non ne ha memoria diretta. Sansepolcro sembra vivere un tempo sospeso, dopo aver perduto la compattezza di una città-fabbrica di piccole dimensioni. Una prospettiva che ha iniziato a dissolversi, insieme alle fortune della famiglia che aveva trasformato le proprie intuizioni nell’impresa che ha dato lavoro e sicurezza economica a buona parte della popolazione locale.
Una delle tante disfatte del capitalismo italiano: soldi sprecati in liti tra sorelle e fratelli, cugini e nipoti che si fanno concorrenza per dispetto. Buitoni 1, 2 e 3 per poi regalare tutto alla Nestlé.
Alla stazione dismessa l’unico passaggio garantito è quello del caffè al bar o della canna tra i ragazzi. I treni non si fermano né vanno oltre, ma c’è chi giura di aver visto delle locomotive scaricare tabacco.

Ci fermiamo poi, quasi per caso, a un incrocio all’apparenza anonimo. È dove facciamo i discorsi più sinceri, dove forse ci riconosciamo come gruppo, fuori da quelle mura che spingono ancora a raccontare il potere. Una macchina ci sgomma a fianco e due ragazzi urlano una bestemmia. È l’unico punto da cui intravediamo il profilo delle montagne.

Sotto i piedi il fantasma di una torre, nelle orecchie le campane, al naso un ricordo di vaniglia, sulle labbra il gusto di un caffè bevuto al bar della stazione che non c’è. Abbiamo intuito, forse, il sentire di chi vive qui, con la nostalgia di una gloria passata. Una comunità che ha respirato, agito, lavorato perché il futuro garantito da quelle produzioni fosse il più duraturo possibile, ma oggi l’abitare in città sembra un privilegio riservato a chi è sopravvissuto all’intermittenza del progetto: anziani, adolescenti, ritornanti, migranti.
Sansepolcro sembra Novecento sulla passerella della nave a New York: se vai avanti perdi tutto, se torni indietro perdi tutto, ma fermo non puoi restare.
Cosa fa di una città una città?
L’abbiamo colta con i nostri occhi?
